Nella società contemporanea le persone sono da considerare prima di tutto come individui, soggetti unici strettamente avviluppati nelle proprie storie, nelle proprie pratiche di vita. L’esigenza del singolo di comunicare ed esprimere la sua individualità si manifesta nel suo costante rapportarsi all’interno della propria comunità di appartenenza.
La quotidianità dell’individuo si svolge nella consapevolezza di essere libero nelle sue scelte ma anche responsabile delle sue azioni; dalla sua prospettiva di partecipante attivo a una vita sociale, egli trova nella comunicazione il modo per poter sviluppare aspettative e valori condivisi con lo scopo di garantirsi una buona convivenza all’interno di una comunità.
L’uomo moderno plasma la sua identità modellandola su concetti quali l’autorealizzazione, la responsabilità personale, l’autodeterminazione, l’emancipazione e l’individualizzazione. La consapevolezza dell’unicità dell’individuo deve quindi essere al centro della psicoterapia moderna.
Vi è però un errore ricorrente nella nostra cultura, un fraintendimento che influisce non poco su diversi approcci della psicoterapia contemporanea: è la non concordanza sul concetto di “emancipazione dell’essere umano”, ovvero la sua individualizzazione. I diversi approcci della psicoterapia collocano la mente umana, ovvero la coscienza, in posti diversi all’interno della relazione natura-cultura. L’errore risiede quindi nella localizzazione, perché solo il luogo (topos) giusto rende possibile la comprensione piena del mondo.
Nell’ambito della psicoterapia ci troviamo oggi di fronte ad un vivace dibattito su questo argomento.
Su un fronte vi è la tesi portata avanti da neurobiologi e cognitivisti, che descrivono i processi mentali a partire dall’osservazione dei diversi stati fisiologici che il cervello può assumere, e sostengono che la consapevolezza della propria libertà e della propria volontà si basa solo su una auto-illusione, dietro la quale si nascondono processi puramente neuronali; la neuroscienza prova così a trovare la risposta al problema della cultura, ovvero la complessa interazione fra cervello e ambiente. In pratica essa cerca di spiegare come il cervello possa determinare la mente e come la mente possa programmare il cervello. La grande sfida sottostante a questo approccio è la seguente: esiste una teoria evolutiva monista che possa spiegare con un unico linguaggio l’apprendimento sia biologico sia culturale degli organismi viventi?
Sull’altro fronte della discussione vi sono gli argomenti sostenuti da filosofi e rappresentanti della psicologia umanistica; secondo loro l’evoluzione umana è unitaria e ha apportato agli individui una forma di sviluppo strutturata secondo due approcci epistemici all’esistenza, diversi ma complementari: da una parte vi è l’idea che si comprende il mondo della natura attraverso le sue leggi di causalità (lineare o circolare), dall’altra parte vi è il mondo della cultura, che si comprende attraverso espressioni mentali quali: “valutare”, “volere”, “sentire”, “pensare” eccetera. Questo “naturalismo dolce” (Habermas, 2005) sottrae l’analisi del mondo culturale e delle pratiche sociali dalle prospettive di spiegazione fornite dalle scienze naturali.
Vi è infine, nella discussione teorica, una terza posizione che offre una visione cibernetico-sistemica del mondo: secondo questa tesi mente e contesto vengono concepiti come parte di un unico processo sistemico, auto-organizzato il quale si trova in continua coevoluzione. Questo processo si può descrivere con il linguaggio della cibernetica-biologica (Bateson, 1976; Maturana, Varela, 1985).
- Il luogo della mente: nelle rappresentazioni del cervello o nello spazio pubblico relazionale ?
Nell’interazione fra il regno della libertà e il regno determinato dalle leggi della natura sopravvive ancora oggi un punto di partenza che si basa sulla filosofia di Cartesio che egli sviluppò nella prima metà del Seicento. Con il suo « Cogito, ergo sum », (Penso, dunque esisto) Cartesio situa nella mente la conoscenza nelle rappresentazioni mentali dell’essere umano. Separata dal corpo, e dunque dalla sua natura, la mente filtra gli stimoli che le giungono con un processo che prescinde dal mondo esterno e imprime loro un significato. Questo processo nella costruzione dei significati viene svolto da ogni individuo, in forma monologica.
Un secolo più tardi di Cartesio Immanuel Kant costruì, grazie a un analogo processo concettuale, l’architettura di una “epistemologia precisa”. Per Kant “l’io trascendente” da forma a concetti, idee e immagini, che compongono una mappa con la quale l’essere umano può comprendere il mondo.
Il costruttivismo moderno (Förster, 1981; Glasersfeld, 1987) riprende l’epistemologia kantiana e rilancia l’idea che i costrutti si formino grazie all’adattamento dell’organismo al proprio ambiente; secondo questa tesi la costruzione delle idee che abbiamo sul mondo è un processo mentale che funziona analogamente al metodo che seguirebbe una persona cieca che cerchi di mappare una stanza.
Questo approccio esercita sulla terapia cognitiva – ma anche sulla terapia sistemica – un grande fascino. Sotto il nome di “cibernetica di secondo ordine” esso è emerso negli anni Ottanta del Novecento. I terapeuti sistemici, affezionati a questo metodo, si sono concentrati sul meccanismo di costruzione dei pregiudizi nel terapeuta e nel paziente: per loro è importante un’epistemologia in cui tutto quello che viene detto in ambito terapeutico è agito da osservatori che costruiscono le loro mappe attraverso il monologo. I partecipanti allo scambio terapeutico non possono quindi influenzarsi reciprocamente nella costruzione delle loro mappe ma solo “perturbarsi”. « La cibernetica di secondo ordine è una buona prospettiva epistemologica […] per il lavoro terapeutico che viene proposto dagli eredi di Boscolo e Cecchin del Centro Milanese di terapia famigliare » (Ganda,G. in :Barbetta, Telfener, 2019, p. 149). I concetti di “pregiudizio” (Cecchin, 1992) o di “mappa che è diversa dal territorio” (Korzybski, 1933), rivelano che la loro origine discende da una epistemologia in cui la costruzione dei concetti, delle immagini e delle idee si inquadra nella prospettiva esclusiva della prima persona.
Questo modello si fonda sull’idea di una divisione netta fra soggetto e oggetto. Ciò significa che il soggetto aggiunge al materiale esterno, che riceve attraverso la sua percezione, degli elementi che trova dentro di sé, quali immagini e concetti. Questi elementi danno forma al mondo esterno. Tale modello porta le persone ad avere un atteggiamento distanziato, disimpegnato verso il mondo e « questo ci separa dal mondo, dalla natura, dalla società e addirittura dalla nostra natura emozionale. Noi siamo persone scisse che hanno bisogno di una cura. La responsabilità rimanda alla prima persona singolare e causa il fatto che diamo la priorità alla dimensione del monologo e non alla dimensione del dialogo » (Taylor, Dreyfus, 2015,p.55).
Nel modello proposto da Cartesio l’immagine mentale interiore risiede nella persona singola: il luogo della conoscenza si trova nella mente dell’individuo ed è costruito grazie al monologo. Ma la comprensione del mondo degli individui è in primo luogo sviluppato e condiviso con altre persone e solo in seconda battuta è trasmesso ai soggetti singoli con la socializzazione. Per comprendere il mondo, gli individui hanno bisogno di sentirsi attivamente coinvolti sullo sfondo delle proprie vite, che sono composte da orizzonti fisici e temporali, da pratiche sociali condivise, dalla cultura: per elaborare intenzioni condivise devono mettersi nella prospettiva dell’altra persona per comprenderla. Questo comporta delle soluzioni ai problemi pratici della propria vita.
Secondo questo approccio il luogo della mente si trova dunque nello spazio pubblico, non dentro all’individuo, ed è composto dalle relazioni tra persone. Possiamo chiamare questo spazio pubblico il “mondo della vita” delle persone (Husserl, 2015) che rappresenta il fondamento della loro esistenza, così come per le piante lo è l’humus, grazie a cui crescono. Questo spazio è costituito dalla cultura degli individui, dai loro valori, dalla loro personalità, dalle istituzioni sociali che essi costituiscono. Lo spazio pubblico, “il mondo della vita”, comprende tutto il sapere implicito su come funziona la società, le persone, le relazioni. Il dialogo, grazie a una comunicazione orientata alla comprensione, costringe le persone a esprimersi con sempre maggiore intensità, per farsi capire, e ciò comporta un processo di individualizzazione, ovvero la manifestazione e lo sviluppo della propria unicità.
- L’interazione fra natura e cultura
L’approccio cibernetico-biologico è senz’altro un modello molto originale per affrontare le sfide che pone una teoria unica dell’evoluzione. La teoria della cibernetica meccanica generò negli anni ’80 una teoria cibernetica biologica (Bateson, 1976, Maturana, Varela, 1985). L’approccio cibernetico descrive l’attività umana attraverso i concetti di feedback, di omeostasi e di circuiti ricorsivi. Un terapista sistemico che utilizza questo approccio vede nei sistemi sociali soprattutto dei circuiti atemporali che mantengono l’identità di tale entità. Un sintomo per esempio viene descritto come parte di un circuito omeostatico che stabilisce all’interno della famiglia.
La struttura biologica di un organismo, secondo Maturana, deve adattarsi nella sua evoluzione ad ambienti più complessi rispetto alla propria organizzazione. Questo adattamento porta l’individuo a una chiusura che Maturana chiama “autopoiesis” ovvero la capacità di un sistema complesso vivente di mantenere la propria unità e la propria organizzazione attraverso le reciproche interazioni dei propri componenti. Le risposte dell’organismo alle sollecitazioni dell’ambiente risultano così determinate dalla sua auto-organizzazione interna. L’autonomia della persona si radica nella sua identità biologica, che è alla sua volta controllata dai valori interni dell’organismo.
Nella cibernetica biologica la struttura profonda delle dinamiche che creano la vita sociale delle persone è “senza soggetto”, o meglio è composta da soggetti la cui autonomia è definita in modo puramente biologico. Secondo questa visione gli individui si “accoppiano strutturalmente” con il loro ambiente, cioè le persone non esercitano un influsso reciproco attraverso la loro interazione sociale ma solamente si “perturbano” tra loro.
Come entra il concetto di cultura in questa teoria? La cultura viene concepita come il risultato del processo di “accoppiamento strutturale” fra gli individui, che avviene attraverso la lingua. La lingua assume il ruolo di coordinatrice delle azioni tra persone, in funzione di una loro efficacie cooperazione. Questa funzione della lingua si rivela tuttavia riduttiva poiché essa può assumere almeno altri due ruoli fondamentali nella vita degli individui:
1 – La lingua serve a risolvere problemi nella quotidianità. Per risolvere problemi i soggetti devono scambiarsi opinioni sulle proprie aspettative, sui propri punti di vista, sui valori che ritengono essenziali. Per farlo una persona deve mettersi nei panni dell’altra persona e comprendere anche la sua prospettiva. Questo atto di comprensione permette al singolo di elaborare una definizione condivisa della situazione problematica. L’uso del linguaggio serve in questo caso a costruire delle intenzioni condivise fra le persone, attraverso una “comunicazione orientata alla comprensione”.
2 – All’interno della famiglia le persone, dialogando fra di loro, formano contestualmente le nuove generazioni, “socializzando” attraverso la lingua i propri figli. In questo modo la personalità stessa dei futuri adulti viene strutturata grazie alla lingua.
Il limite dell’approccio cibernetico-biologico fin qui descritto consiste nel fatto che si tratta di un modello rigido, che è valido per i sistemi auto-organizzati – poiché permette agli scienziati di osservarli dall’esterno, come per esempio accade nel caso di una cellula – ma non è efficiente se applicato alla comprensione e all’analisi dei sistemi sociali. Le caratteristiche degli schemi d’azione fra persone non sono osservabili da un singolo osservatore, ma sono accessibili e comprensibili in solo in modo ermeneutico, attraverso la prospettiva interna dei partecipanti di ogni singolo sistema sociale: per capire un comportamento devo chiedere a un soggetto che cosa esso significa per lui.
La prospettiva ermeneutica richiede una distinzione fra comportamento e azione. Le azioni umane vengono determinate da norme, e si orientano al rispetto di regole. Le regole sono valide poiché il loro significato è riconosciuto e condiviso dai diversi partecipanti di un sistema sociale. Se si chiede a una persona perché agisce in un certo modo ci si può aspettare di ricevere una motivata spiegazione del suo comportamento. In questa prospettiva tutte le azioni sono intenzionali e sottendono l’esistenza di una valida motivazione. Questo permette al terapeuta, ad esempio, di comprendere il senso delle azioni di un suo paziente.
La prospettiva di chi semplicemente osserva, gli permette sì di registrare anomalie e ripetitività nei comportamenti, ma non gli consente un accesso alla comprensione del senso di quelle azioni. L’osservazione di un comportamento e la comprensione del suo senso rappresentano due modalità di esperienza tra loro molto diverse. La comprensione di una dinamica familiare, ad esempio, non potrebbe basarsi esclusivamente sulle osservazioni del terapeuta, poiché il significato di certe azioni familiari si comprende solo se il terapeuta le connette con le regole sottostanti alla dinamica di quella famiglia e se riesce quindi a interpretarne correttamente il senso. Il terapeuta può validare il suo sapere, cioè la sua ipotesi su un tema portato da un paziente, solo mettendolo in relazione con il sapere del paziente stesso. Ogni paziente possiede, in forma implicita, la conoscenza delle regole che lo aiutano a plasmare la propria vita. Compito del terapeuta è ricostruire insieme al soggetto quelle regole che sono significative per la sua vita e aiutarlo così a dare un senso alla sua esperienza.
Le teorie sociali servono per comprendere quel sistema di regole che, negli individui, genera le azioni, da quelle quotidiane fino alle costruzioni culturali più complesse che danno un senso alla vita. In questo modo i concetti teorici si legano strettamente alle categorie che le persone usano nella vita quotidiana e non vengono introdotte artificialmente da teorie estranee agli orizzonti della vita del singolo individuo. Questo approccio propone un accesso alla comprensione della vita sociale che lavora su concetti derivati dalla lingua che le persone usano nella quotidianità. Questo metodo si basa quindi sul principio che il sapere implicito negli individui – quello che li rende in grado di giudicare in un modo competente la propria vita – rappresenti l’unica via adeguata per arrivare a comprendere la propria esistenza.
I valori e le norme sociali rimangono elementi estranei al metodo di Maturana, perché non sono osservabili e misurabili come valori fisici. Il limite che crea questo approccio disciplinare è ancora più evidente quando esso si trova costretto a radicare il valore dell’amore nelle leggi naturali della biologia. I valori che regolano la sopravvivenza di un organismo biologico, quale una cellula, sono individuabili empiricamente da un osservatore mentre i valori sociali possono essere definiti e negoziati solo nell’ambito della cultura degli esseri umani.
La teoria dei sistemi cibernetici propone allora l’idea di una “naturalizzazione della mente”, tesi secondo cui la mente rappresenta la natura nella sua articolazione evolutiva. In questo senso – secondo Maturana – l’evoluzione ha le caratteristiche di un processo cognitivo di apprendimento globale, che parte dalla autopoiesi dell’organismo e dal suo “accoppiamento strutturale” con l’ambiente. Per Bateson, invece, il processo di costituzione della società umana è parte integrante del grande flusso di informazioni che sono organizzate in “circuiti totali”, a formare l’evoluzione della vita. Secondo Bateson questo flusso di informazioni si muove in un “processo stocastico” cioè di continuo “trial and error”. In questa prospettiva di “naturalizzazione della mente” il soggetto, quale persona competente e responsabile delle proprie azioni, sparisce del tutto; l’individuo si trova dunque ad essere caratterizzato da un sé illusorio, “distorto”, ed è vittima della razionalità strumentale determinata dalla finalità delle sue azioni (Bateson, 1976). Mentre il sé cosciente imbocca la strada della finalità di queste azioni, esso focalizza l’attenzione sul mondo in modo selettivo. Secondo Bateson questo meccanismo porta a separare la coscienza dalla matrice dei “circuiti complessi circolari”.
Dimostrando come la “epistemologia sbagliata” si esprima in una visione lineare di causa-effetto, l’idea dell’unicità dell’individuo, della sua libertà, viene cancellata. Secondo Bateson la persona nell’epoca contemporanea non sarebbe il “capitano della sua anima”.
La salvezza dell’individuo che si trova imprigionato in una mappa distorta sul mondo può venire, secondo Bateson, dall’epistemologia proposta dalla teoria cibernetica. La parte cosciente dell’individuo viene così identificata con la razionalità strumentale, con la razionalità tecnologica che disegna il mondo secondo l’architettura delle relazioni scopo-mezzo.
Già negli anni ’60 la scuola di Francoforte, con Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, fece della critica alla razionalità strumentale il proprio tema di fondo. In quel caso la critica si basava sui principi della teoria marxista e non su quelli della teoria sistemica-cibernetica. Né Adorno né Bateson prendevano invece in considerazione la teoria della razionalità comunicativa di Alexander von Humboldt, il fondatore della filosofia linguistica, teoria che ebbe invece grande influenza su pensatori come Charles Sanders Peirce (fondatore del pragmatismo), Ludwig Wittgenstein, Ernst Cassirer, George Mead, e non ultimo il filosofo tedesco Jürgen Habermas.
- Il compromesso ambiguo fra due paradigmi diversi: la teoria della psicoterapia sistemica
Il terapeuta sistemico incontra persone concrete che si relazionano, che agiscono e che comunicano: individui che provano a esprimere la loro unicità. La terapia sistemica si trova così davanti ad un dilemma: come può l’individuo introdursi nel modello dei flussi d’informazioni, dei circuiti ricorsivi con le sue proprie relazioni, con le proprie azioni simboliche? Nella visione di Maturana l’individuo è chiuso nella sua cellula auto-organizzata, nella quale egli produce la propria mappa del mondo.
La mente si trova allora catturata in questa cellula e può comunicare con altre persone solo indirettamente. Per poter dialogare con la persona anche gli altri devono bussare ai “muri della cellula della persona”.
La comunicazione umana viene strutturata linguisticamente dalle prospettive offerte dall’uso dei tre pronomi personali singolari: l’Io, il Tu e il Lui/Lei. Secondo il modello di Maturana la comunicazione non si svolge fra un “Io e un Tu”, cioè fra un individuo che parla dalla prospettiva della prima persona singolare e un altro che risponde dalla prospettiva della seconda persona singolare, ma si svolge fra due persone, che parlano entrambi dalla prospettiva della terza persona singolare; in questa chiave tutto quello che viene detto in una comunicazione verrebbe enunciato da un osservatore. Per poter essere applicato in psicoterapia, con persone reali, l’approccio sistemico necessita di risposte alla domanda: come si esprime e si forma l’individualità di una persona?
La formula magica coniata da Edgar Morin (1993) – secondo cui “il tutto”, cioè il sistema sociale, è molto di più della “singolare individualità” e la “singolare individualità” e molto di più “del tutto” – non è sufficiente a risolvere il dilemma. Per farlo la teoria dei sistemi cibernetici ha dovuto allora assimilare dei concetti della teoria d’azione.
Un’assimilazione promettente tra teoria dei sistemi e teoria dell’azione venne realizzata negli anni ’80 attraverso il costruttivismo. I terapeuti sistemici hanno cominciato ad indagare sui propri pregiudizi, sulle proprie rigide premesse e sulle mappe cognitive che influiscono sul sistema terapeutico. Anche la svolta “narrativa” della terapia sistemica negli anni ’90 ha portato nell’approccio cibernetico alcuni concetti della teoria dell’azione. È significativo il fatto che nel suo approccio narrativo il terapeuta australiano Michael White alla fine abbandoni totalmente la teoria cibernetica e imbocchi la strada della teoria dell’azione (White, 2007).
Il matrimonio fra due paradigmi totalmente diversi, animati da strategie e concetti opposti, quali sono quello cibernetico e quello della teoria dell’azione, ha portato la terapia sistemica a raggiungere compromessi infelici, sia a livello teoretico, sia nella pratica. Manca, in questa via, soprattutto una risposta convincente alla domanda di come si crea l’unicità dell’essere umano. Nel manifestarsi dell’unicità dell’individuo entrano in gioco le contingenze, spesso imprevedibili, delle esistenze delle altre persone, la loro spontaneità, la creatività, la loro capacità di iniziare la propria vita ogni momento. Il voler spiegare tutto solo con l’esistenza di un flusso stocastico della vita, di un susseguirsi di tentativi di “trial and error”, rivela la povertà di un pensiero astratto, che non rispecchia il vissuto concreto delle persone nella loro quotidianità. Tutti questi elementi vengono negati da una sintesi frettolosa, costruita attraverso “schemi che connettono” o “pregiudizi” e “narrazioni rigide”. Per consentire a un paziente di esplorare al meglio la sua unicità il terapeuta deve accedere al proprio potenziale di creatività e deve incoraggiare il soggetto a riscoprire anche la sua propria creatività. La ricchezza della esperienza del paziente, in parte nascosta nelle ombre della sua vita, è accessibile solo attraverso un processo di approfondimento della sua consapevolezza. La consapevolezza dell’essere umano non è, come dice Bateson, un errore epistemologico, ma l’unica strada che abbiamo per trovare la nostra unicità.
4.Il luogo della mente nella biologia del cervello
La cibernetica biologica e il modello della neuroscienza hanno un elemento in comune: entrambi seguono una visione naturalistica del mondo. La neuroscienza addirittura offre uno sguardo riduzionistico sulla vita, perché interpreta alcuni risultati della scienza biologica in modo speculativo.
La nostra auto-comprensione come soggetti che agiscono nella vita d’ogni giorno non è compatibile con una visione semplicemente naturalistica del mondo. Noi sperimentiamo la nostra vita da protagonisti delle nostre azioni. La nostra libertà si esprime in quella catena complessa che mettiamo in atto ogni volta che vogliamo risolvere un problema con la nostra intuizione, prendendo in considerazione ostacoli e risorse, valutando il nostro agire sullo sfondo delle motivazioni che lo determinano. Le nostre motivazioni non sono un fattore osservabile in modo distaccato come semplici cause lineari o circolari che connettono, nel nostro cervello, eventi precedenti a quelli successivi (e viceversa) Questa visione del processo mentale sostiene il modello proposto dalla neuroscienza. Le nostre motivazioni seguono regole logiche, grammaticali e pragmatiche: la ricerca di un argomento migliore, di una motivazione migliore, sono condizioni essenziali per esprimere la nostra libera volontà sulle decisioni di vita.
L’uso di alcune moderne tecniche terapeutiche comincia ad avere una grande rilevanza nel cambiamento, problematico, della percezione e della coscienza degli individui. L’applicazione di tecniche che si basano sull’approccio delle neuroscienze – per esempio la terapia dell’Eye movement desensitization and reprocessing (EMDR) di Shapiro o la terapia senso-motoria di Ogden – sono un concreto pericolo per la comprensione di sé degli uomini moderni.
La neuroscienza tifa per un approccio affective turn, che è ultimamente molto quotato nelle scienze sociali: « emotions are focal organizers of brain functions » (Zimmerman, 2018). Questo modello si appoggia su una visione fisiologico-biologico di funzionamento del cervello, relativo, per esempio, alla descrizione di come si elabora lo stress nel caso di traumi nella zona dell’amigdala, ritenuta responsabile dell’assimilazione dello stress emotivo (il lavoro con il hypo- e hyperarousal).
La neuroscienza porta diverse metafore di lavoro nell’ambito della psicoterapia:
- La metafora dell’integrazione fra emisfero destro e sinistro del cervello.
- La metafora della regolazione degli affetti (bilanciamento dell’arousal).
- La concezione delle parti del sé come distinte tra parte arcaica, “rettile”, e parte più evoluta del cervello (neocorteccia).
In generale la neuroscienza favorisce un’idea tradizionale del sé, riducendola a un’entità individuale che si trova dentro un organo, cioè il cervello.
Per l’analisi dei processi naturali degli organismi viventi si deve assumere una prospettiva diversa da quella che si usa per comprendere la cultura e le relazioni intersoggettive e simboliche degli individui: « Il nostro sistema sensoriale è eccezionalmente efficiente nel ricavare da poche informazioni le condizioni necessarie per guidare il nostro comportamento, ma ha poco o nessun valore per assicurare la completezza e l’oggettività della nostra percezione del mondo. I sensi non rispecchiano la realtà in modo fedele ma la ricostruiscono; per farlo si servono del sapere che è già memorizzato nel nostro cervello. I cervelli umani usano questo sapere per interpretare i segnali che provengono dai sensi e per contestualizzarli. Queste “ricostruzioni” aiutano a compensare, in parte, l’incompletezza dei sistemi dei sensoriali. Il sapere può essere usato per riempire buchi nell’informazione e le deduzioni logiche possono aiutare a scoprire delle incongruenze ». (Singer, 2004, p.178).
Sullo sfondo di queste “necessità evolutive” si è formata negli esseri umani la dimensione dell’apprendimento culturale, attraverso l’elaborazione di quei concetti mentali che descrivono azioni, intenzioni, opinioni, valori ed emozioni mediante un “gioco linguistico” (Wittgenstein, 2009) diverso da quello che descrive la natura.
La caratteristica dei due diversi accessi epistemologici consiste nell’impossibilità di tradurre il linguaggio che descrive la natura nel linguaggio che descrive il mondo sociale. Il tentativo di una “naturalizzazione” della mente, portato avanti dai neuroscienziati, fallisce nel tentativo di tradurre i suoi concetti nel linguaggio della cultura; ciò avviene indipendentemente dal fatto che si tratti di ridurre intenzioni o atteggiamenti a stati fisici ed eventi biologici, o che si tratti di un funzionalismo che descrive i circuiti elettrici in un computer. Da quando Husserl (2015) ha sviluppato il suo approccio fenomenologico sappiamo che il mondo delle intenzioni e delle azioni si sottrae a una comprensione degli eventi che si svolgono in uno spazio-tempo preciso, connessi da relazione causa-effetto lineare o circolare. Il fenomeno dell’interazione fra natura e mente ci invita a confrontarci con l’ipotesi di dover guardare il mondo da due diverse prospettive, contemporaneamente. Noi siamo contestualmente osservatori e partecipanti della comunicazione. In questo scenario deve incrociarsi la posizione dell’osservatore, che pratica il gioco linguistico empirico, con quella di un partecipante alla comunicazione, che invece pratica il linguaggio mentale. Le pretese di verità devono essere confrontate su due piani: quello dell’esperienza e quello degli argomenti, delle contraddizioni che mettono in dubbio l’autenticità dell’esperienza o la validità delle interpretazioni; esperienza e argomenti sono due parti non separabili del nostro sapere qualcosa sul mondo.
- La comprensione corporea: le radici della vita intersoggettiva nella natura
La cultura e la socializzazione della conoscenza comprendono naturalmente anche la neuroscienza (Singer, 2004). Nonostante ciò prevale lo scetticismo di Singer: per lui queste espressioni di consapevolezza rimangono solo piccole isole galleggianti nel mare dei processi dell’inconscio, che segue invece schemi di sviluppo evolutivo più vecchi, più profondi e geneticamente determinati.
La dipendenza della mente dal suo substrato organico si rispecchia nel fatto che l’individuo possiede consapevolezza del proprio corpo. Le persone sanno, mentre agiscono, di essere dipendenti dal proprio corpo con il quale si identificano in quanto, appunto, proprio corpo. Il filosofo fenomenologo Merleau-Ponty sostiene che la nostra capacità di far fronte abilmente alle cose si potrebbe concepire come un « sentimento completo e intero per le persone e il mondo ». Questo sentimento, secondo lui, comprenderebbe un’ampia gamma di capacità. Dunque noi siamo il nostro corpo, almeno nella misura in cui viviamo un’esperienza, e questo corpo non lo viviamo come un « Io penso » ma come un « Io mi sento quando agisco ». ( Merleau-Ponty, 2014). La capacità di muoversi nel mondo rappresenta una forma di comprensione del mondo stesso e si intreccia con lo sviluppo di una “autostima corporea”, un vero e proprio sense of self (Daniel Stern,1992). Noi sperimentiamo il nostro organismo auto-organizzato come un insieme di condizioni che ci offrono un grande potenziale di possibilità di azione.
La riflessione sulle motivazioni con cui intraprendere una certa azione conduce l’essere umano a fare un’esperienza di libertà. Ma non bastano le motivazioni giuste per decidere un’azione: la persona si fa anche condizionare dalle sue convinzioni su quali siano le cose giuste da fare. Per farlo deve accettare la “parte espressiva” del proprio essere. In questo modo il soggetto si attribuisce l’autorità del “poter fare”. La persona diventa artefice delle proprie azioni, identificandosi con il proprio corpo, che gli permette di agire, di sperimentare la sua natura soggettiva come fonte del suo “poter fare”.
In questa prospettiva l’esperienza del corpo trasforma i processi vitali da “causali determinanti” (come ad esempio, per seguire la neuroscienza, quelli determinati dal sistema limbico), in condizioni che permettono la creazione di possibilità. In questo modello la libertà d’azione non è solo determinata dalle motivazioni individuali, ma è anche determinata dalla natura, poiché il corpo è sempre il nostro corpo e determina ciò che possiamo fare. L’esperienza corporea è quindi fondamentale per radicare la nostra esperienza nella realtà della nostra vita.
La nostra consapevolezza delle cose comprende una enormità di contenuti e una molteplicità di schemi esistenti ma silenti, che sono tutti da scoprire (Ullrich,2019). L’obiettivo di una psicoterapia moderna è quello di permettere ai pazienti l’accesso alla loro piena esperienza, alla scoperta della propria unicità attraverso lo sviluppo della propria espressività, mediante un linguaggio orientato alla scoperta del loro mondo e alla ricostruzione delle regole grazie alle quali essi modellano le loro esperienze. L’essere umano moderno ha compreso che la sua capacità di espressione è fondamentale per scoprire il senso della propria vita (Ullrich,2018). L’espressione permette di creare le forme adatte per dare senso alla propria vita. La sfida per un terapeuta moderno consiste nel guidare il paziente a individuare il limite tra le forme di consapevolezza che ci regalano una vita piena e felice e quelle ci consentono solo di vivere esperienze deboli. La comprensione corporea ci porta in un luogo in cui non ci sono concetti pregiudiziali: un luogo ricco di esperienze sensoriali, motorie, un luogo in cui vi è comprensione attiva del mondo, un luogo, infine, in cui ci noi ci “impegniamo”. Questo luogo si trova nello spazio delle interazioni fra le persone e fra l’individuo e il mondo.
Bibliografia
- Bateson,G.,(1976). Verso un’ecologia della mente, Milano: Adelphi
- Cecchin,G., Lane G.,Ray,W.A.(1992). Irriverenza, Milano:Franco Angeli
- Förster von,H. (1987). Sistemi che osservano,a cura di Mauro Ceruti e Umberta Telfener, Roma: Astrolabio
- Ganda,G.,(2019). La siccità e il terapeuta rabdomante,a cura di Pietro Barbetta,Umberta Telfener, Milano: Raffaello Cortina Editore
- Glasersfeld von,E.(1987). The costruction of kowledge, Salinas CA,Intersystems pubblications
- Habermas,J.(2005). Zwischen Naturalismus und Religion, Frankfurt a.Main: Suhrkamp
- Humbold von A.(2013). La diversità delle lingue,Roma-Bari:tr.it.Laterza
- Husserl,E.(2015). La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Milano: tr.it.Il Saggiatore
- Maturana,H.R., Varela,F.J.,(1985). Autopoiesi e cognizione, Venezia: Marsilio
- Merleau-Ponty,M.(2014). Fenomenologia della percezione, Milano: Bompiani
- Morin,E. (1993).Introduzione al pensiero complesso, Milano:Sperling&Kupfer
- Ogden,P.,Minton,K.,Pain,C.(2006). Trauma and the body,New York,London: Norton&Company
- Shapiro,F.(2019). EMDR, Il manual, Milano: Raffaelo Cortina
- Singer,W.(2004). Selbsterfahrung und neurobiologische Fremdbeschreibung,in: Deutsche Zeitschrift für Philosophie,52,8(2004)
- Stern,D.N.(1992),Il mondo interpersonale del bambino, Torino: Bollati Boringhieri
- Taylor,Ch.,Dreyfus,H.(2015). Tetrieving realism, Havard: Havard University Press
- Ullrich,H.W..(2018). Chi è il terapeuta Idipsi?, p.18-21, in: Cambiamenti, 3 volume monografico 2018,Parma
- Ullrich,H.W.(2019). Posso essere felice, Milano: Guerini e Associati
- White,M. (2007). Maps of narrative Practice, New York: Norton&Company
- Wittgenstein,L. (1953). Ricerche filosofiche, Torino: tr.it.Einaudi
- Zimmermann,J.(2018), Neuro-narrative Therapy, New York: Norton&Company
Sommario: L’autore sostiene che la psicoterapia di oggi debba dare delle risposte alla domanda centrale posta dall’uomo moderno: come si forma l’identità unica dell’individuo e come si svolge il processo dello sviluppo dell’ arte di espressione della persona.
Secondo l’autore le risposte date a tale quesito dipendono dal luogo che le teorie della psicoterapia assegnano alla mente (ovvero la coscienza) nella rapporto cultura – natura.
Nell’articolo vengono discussi svariati tipi di approcci, come ad esempio il modo in cui il costruttivismo influenzi il metodo utilizzato dalle terapie cognitive e dalla terapia sistemica. Viene inoltre analizzato il modello cibernetico-biologico di Bateson e Maturana. L’autore si confronta con la teoria proposta dalla neuroscienza proponendo infine un approccio alternativo che chiama “naturalismo soft” basato sulla teoria della comunicazione orientata alla comprensione. Esso garantirebbe al terapeuta una guida precisa per il pieno recupero delle esperienze vissute dal paziente e la riattivazione delle sue capacità creative.
Parole chiave: Individualizzazione, costruttivismo, cibernetica- biologica, neuroscienza, naturalismo soft, l’arte d’espressione del Sé
Abstract
The author argues that the psychotherapist faces a central question: what are the elements that generate the uniqueness of the modern individual and how does the human being shape its expression to become individual? The author argues that the result of this examination depends the location assigned to the mind, in the relationship between nature e culture. The article discusses various approaches. One of these is how the constructivism influences the cognitive therapy, as well as the systemic model. Furthermore, the cybernetic-biological approach of Bateson and Maturana is being discussed. The author analyzes the theory of neuroscience and proposes an alternative approach called Soft Naturalism, which is based on the theory of communication linked towards understanding. This approach offers the therapist a guide to recover the experience and the creative power of patients.
Key words: individualization, constructivism, cybernetics, neuroscience, soft naturalism, the art of self-expression
